Editoriale di Sâa François Sandouno

PRESENTAZIONE :
Sâa François Sandouno (alias Farafín) è un’attivista panafricano nato nel 1999 a Roma. È uno studente universitario di Scienze politiche e relazioni internazionali, articolista e coordinatore in Italia dell’ONG Urgences Panafricanistes che è presieduta ed è stata fondata nel 2015 dall’attivista anti-colonialista Kemi Seba.

Nell’ultimo periodo, abbiamo assistito in Occidente ad un movimento che contesta il razzismo, la negrofobia e le brutalità poliziesche. Sono realtà innegabili che sono presenti nelle società caucasoidi e a cui bisogna opporsi. La negrofobia è una realtà esistente, ma si tende spesso a criticare le conseguenze di un male, senza analizzarne la causa.

Per comprendere la negrofobia, occorre saper analizzare e decostruire un’ideologia moderna putrefatta, che si è proliferata nello spazio e nel tempo, e da sempre cerca di ottenere consensi in seno a quelle che definisce ”minoranze”, per pianificare ed attuare le sue politiche deleterie. Stiamo parlando del liberalismo. In ogni epoca, in particolare negli Stati Uniti, il liberal-progressista Bianco ha tentato di manipolare l’Uomo Nero e deviare la sua battaglia iniziale per l’emancipazione. I vari leader nazionalisti neri del 1900 (stigmatizzati ed ostracizzati dalla corrente benpensante occidentale), tra cui Marcus Mosiah Garvey, Malcolm X o Khalid Abdul Muhammad lo avevano ben capito e, difatti sottolineavano il fatto di come fosse importante e vitale per l’Uomo Nero, di distanziarsi dalla ”volpe liberale” che voleva/vuole presentarsi come un’alternativa al ”lupo conservatore”. Non si tratta qui, quando si invoca ciò, di prendere come barometro o come alleato il conservatore Caucasoide nelle battaglie per l’emancipazione nera. L’Uomo Nero dev’essere nella condizione d’imporsi una terza opzione, che si basi sull’autodeterminazione comunitaria e il rifiuto dell’assimilazionismo (inclusione nel sistema borghese). Stockely Carmichael, Muhammad Alì o Khalid Muhammad, sono stati il miglior esempio di questa terza opzione che definivano ”Black Power”.  Questo concetto non dev’essere visto come una supremazia nera inversa. Il concetto di potere nero rimandava negli anni’60, alla consolidazione di comunità e alla fierezza identitaria nera panafricana.

Oggi, ciò è stato sostituito dal ”Black Lives Matter”, che quando lo si parafrasa significherebbe ”ehi, Bianchi! La vita dei neri conta!”. Si è passati dall’autodeterminazione, la consolidazione dell’identità e della comunità, rifiutando l’assimilazionismo liberale borghese al vittimismo nero e l’integrazionismo coatto. Quando si parla del movimento Black Lives Matter, è comunque doveroso sottolineare e precisare che, alla base era un concetto interno della comunità nera consistente a sostenersi mutualmente. In questo caso, aveva senso. Ma da un buon periodo, il Black Lives Matter (BLM) è diventato un hashtag recuperato dalle forze globaliste, soros-iane, e liberal-progressiste che non hanno a cuore la sorte dei Neri. L’unica direzione che si intende intraprendere è quella di servirsi di alcune categorie serbatoio elettorale. Il neoliberalismo sul campo sociale ha quindi manipolato una sofferenza reale nella società statunitense (ingiustizie sociali, disuguaglianze, negrofobia sistemica, brutalità poliziesche…), per disorientare una rivolta verso un’agenda che avrebbe dovuto rovesciare il regime di Trump scomodo , allora, per le forze globaliste. Anche qui, occorre precisare che, Trump in quanto personaggio politico, non è in alcun modo l’amico degli Africani. Ma dato che la geopolitica è anche una questione di geostrategia, Trump rappresentava il male necessario (per quanto riguarda gli Africani e gli Afrodiscendenti). Per la finanza internazionale apolide neoliberale, era necessario destabilizzare Trump con rivolte pilotate come fu il caso delle primavere arabe, che di conseguenza avrebbero dovuto far attterrare i voti verso Biden.

Analizzando questa situazione, possiamo affermare che l’anti-razzismo moderno è un’arma creata dai nostri nemici (l’oligarchia finanziaria apolide), dagli stessi che sono alla base del razzismo esistente e dell’Umanità gerarchizzata nella sua globalità. Il loro obiettivo, da sempre, consiste a deviare la rabbia dei Popoli, servendosi dei Neri più fragili (afro-globalisti, progressisti neri liberali, afro-politani) e dei Bianchi più estremisti (l’alt-right reazionaria e limitata), per impedire che la parte più povera , sia nera che bianca, insorga contro gli agenti del Capitale, e ponga al centro del dibattito i problemi sociali e geopolitici, che sono la base e l’essenza del razzismo. Non ci si può definire anti-razzisti, senza essere anti-capitalisti o anti-liberali, perché come diceva Stockely Carmichael :” Il razzismo non è questione di attitudine, ma di potere.”

Sull’argomento della lotta anti-razzista, Kemi Seba (presidente-fondatore dell’ONG Urgences Panafricanistes che coordino in Italia), una delle massime figure della resistenza anti-colonialista in Africa nel XXI secolo, afferma in un’intervista: ‘Noi non ci siamo mai opposti alla lotta del nostro popolo negli Stati Uniti, noi siamo affianco al nostro popolo che lotta contro la discriminazione razziale, contro la violenza della polizia, saremo solidali fino alla morte con questa lotta, quello a cui ci opponiamo è la strumentalizzazione delle forze globaliste della sofferenza del nostro popolo ai fini di un progetto intregrazionista, progressista bianco e questo per noi non ha nessun interesse. Non vogliamo progredire sulla strada dell’Occidente, vogliamo la nostra autodeterminazione e vogliamo che ogni popolo possa prendere in mano il suo destino.” (fonte)

Per la comunità afro-diasporica, esistono due alternative vitali come salvezza :

  • garveyista, per lottare per la sovranità africana e la decolonizzazione integrale dinnanzi a forze esogene (l’imperialismo) e forze endogene (il malgoverno della classe dirigente africana);
  • La costruzione di una comunità diasporica africana forte, coesa ed unita in Occidente, sul modello cinese, pakistano, indiano etc. Non si può trovare salvezza pensando di assimilarsi in un sistema putrefatto, che in Africa si sta cercando di sradicare definitivamente (ma anche in tutti i territori del mondo che resistono all’occidentalismo neoliberale per un mondo multipolare).

Il razzismo è una questione di rapporto di forza. Radicarsi nel proprio paradigma civilizzazionale, contestando e combattendo allo stesso tempo chi alimenta questo razzismo, è l’unico modo per contrastarlo.

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