Oppio, Petrolio e tombe.  All’Impero non resta che il caos. Di Fulvio Gtimaldi

Approfondimento di lunedì 16 Agosto ore 20:30 con Fulvio Grimaldi.

 

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USA, non gliene va bene più una
Se è vero che, come insegnano i geopolitici da Lenin a Gladstone, e come ci confermano gli imperi dal romano all’anglosassone, il colonialismo trova la sua espressione più radicale nell’imperialismo di aggressione e occupazione militare, è anche vero che quella dei Taliban afghani, integralismo o non integralismo, è una lotta di liberazione nazionale.

E avendo come tale il supporto di una popolazione che, come tutte, ambisce a identità, storia e autodeterminazione, tolto di mezzo l’apparato protettivo esterno di una cricca indigena di manigoldi profittatori e vendipatria, avanza tutto travolgendo in virtù di questo sostegno della stragrande maggioranza del popolo, tutte le etnie comprese.

Per vent’anni, partendo da una megamenzogna, come nell’Iraq delle inesistenti armi e come in Libia e Siria con l’uso colorato di terroristi importati, USA e noi della NATO abbiamo calpestato, devastato, impoverito e trucidato con le bombe i civili, le famiglie, i bambini, i matrimoni, le scuole. Da perfetti colonialisti, come sempre di destra, imperiale, e sinistra, umanitaria.

A corona di tutto questo, i media hanno fornito l’appoggio di una propaganda di diffamazione del paese e della resistenza, menzognera quanto il pretesto per l’aggressione e l’occupazione. Operazione costata al cittadino USA e Nato oltre un trilione di dollari, mentre le plebi italiane si sono dovute rassegnare a rimetterci 8 miliardi e mezzo di euro e 54 vite di soldati.

Una bazzecola dolorosa, idiota e criminale, rispetto all’oceano di sangue e di macerie che ora la fuga dei masskiller e dei loro pali si lascia dietro.
Dal momento che Bin Laden, operativo degli ausiliari jihadisti dell’Impero, era andato a insediarsi in Afghanistan, sebbene del tutto scisso dall’organizzazione Taliban, ecco che l’attentato alle Torri Gemelle, a lui attribuito, diventava la copertura anti-terrorismo per collocarsi nel cuore dell’Asia, alle spalle della Russia e dei suoi alleati ex-sovietici, e ai piedi della Cina.
E, inevitabilmente, come in Iraq, Libia e Siria, al bersaglio “terrorista” Bin Laden si dovettero unire quelli, sommamente coinvolgenti, dei diritti umani.

Le donne e il burka divennero, nella propaganda atlantista e dei suoi portavoce di “sinistra”, l’ideale fogliona di fico a nascondimento dei milioni di donne, magari nemmeno in burka, liberate della loro casa, famiglia e vita nelle guerre parallele intanto condotte in Medioriente.
Il casus belli per un progetto di lunga data
La petrolifera americana Unocal, parimenti cara a Bush e Obama, si era vista negare dal governo Taliban un suo oleodotto dall’Asia centrale, attraverso l’Afghanistan, fino a un porto in Pakistan. Oleodotto che sarebbe dovuto divenire parte di un sistema regionale a controllo USA, destinato a raccogliere il petrolio degli oleodotti di Turkmenistan, Kazakistan e Uzbekistan (da allontanare dalla Russia mediante i soliti moti arcobaleno). Il rifiuto dei Taliban divenne la goccia che ha fatto tracimare un vaso che i Neocon, fin da prima del loro 11 settembre, avevano riempito di propositi di guerra a sei paesi del Medioriente, Iraq e Afghanistan compresi.

Propositi falliti da un capo all’altro della regione.
Non si può comunque dire che i vent’anni di sterminii pianificati siano costati al contribuente americano montagne di soldi a danno di welfare, ospedali, scuole, ambiente, senza che la classe dirigente di quel paese ne abbia ricevuto ampi benefici.

Tradizionale produttore e fornitore di oppio, a sostituzione di quello cinese, la cui distruzione era costata ai cinesi ben due guerre dei britannici narcotrafficanti, l’Afghanistan dei Taliban, puritani anche in questo, aveva concordato e attuato con l’ONU il completo sradicamento delle sue coltivazioni. Sacrificando una vitale fonte di reddito dei contadini, nel 2001, il loro governo era riuscito a ridurre la produzione da 3000 tonnellate all’anno a 185. Praticamente niente. Oggi, grazie a vent’anni di occupazione americana-Nato e alla banda di collaborazionisti installati a Kabul, la produzione è di oltre 9000 tonnellate, che valgono il 93% della produzione mondiale è il 70% del consumo statunitense di eroina.

Droga per la globalizzazione
Ne sanno qualcosa i quattro o cinque colossi USA di Big Pharma, recentemente condannati a miliardi di multe e risarcimenti per aver reso decine di milioni di cittadini dipendenti da oppiacei in funzione analgesica. Probabilmente pensano di rifarsi dell’eventuale traffico perduto, grazie ai vaccini. Ne sanno altrettanto le banche statunitensi che, trasferendo dai consumatori di quel mercato, il più vasto per eroina e cocaina al mondo, decine di miliardi di dollari ai sicuri rifugi dei paradisi fiscali, guadagnano mezzi da utilizzare per concretizzare il dominio globalizzato del bio-tecno-capitalismo. Ma per un Afghanistan che se ne va, c’è una Colombia che resta e che vale il paese asiatico in termini di cocaina. E da lì, per adesso, con sette basi USA a controllo del territorio e del fantoccio governativo locale, il flusso resta assicurato. Senza contare che per l’eroina si stanno attrezzando sia la stessa Colombia, sia alcuni vassalli nel Centroamerica.

Siccome pare brutto, molto brutto, pensare che la potenza guida del mondo civile faccia i soldi con stupefacenti che avviliscono e ammazzano, ecco che l’apparato mediatico si occupa del rovesciamento della frittata. Già la vulgata mediatica sulla Colombia aveva spostato sulle FARC, forze rivoluzionarie armate di opposizione al narcogoverno di Uribe, Santos e soci, una coltivazione ed esportazione di cocaina interamente in mano ai cartelli in combutta con la DEA statunitense. Perché non ripetere la manovra in Afghanistan, per il quale oggi il quotidiano “La Verità”, peraltro unico giornale mainstream che osi criticare l’aberrazione Covid, vanta un primato di frittate rovesciate, attribuendo ai Taliban, che l’oppio l’avevano azzerato, tra le altre nequizie sanguinarie, il progetto di costituirsi in massimo narcostato del pianeta.

Lascito di Trump
L’uomo esecrato dalla “sinistra” sedicente progressista, ma culturalmente colonialista fino al midollo, Donald Trump, aveva tentato di porre fine a quelle che definiva “le guerre infinite e inutili”. E, nello sconcerto di opinioni occidentali, progressiste nella misura che detestano il burka, ma non fiatano sullo sterminio di donne nella polverizzazione di nazioni disobbedienti, con l’Afghanistan c’era riuscito. E a Biden, per mantenere un minimo di credibilità “progressista” a fronte di una sua corte di neocon e guerrafondai obamiani, è toccato proseguire e confermare il ritiro firmato a Doha da Washington e Taliban.
Ma in cauda venenum, che dai saggi latini i saggi italiani hanno tradotto con “il diavolo è nei dettagli”. Non si può che gioire alla vista della ripetizione a Kabul della fuga dell’esercito più potente del mondo dai tetti di Saigon.

I Taliban distano meno di 15 chilometri e gli yankees se ne vanno, portandosi appresso i non sacrificabili collaborazionisti. In mancanza della vendetta propagandistica, come rappresentata dal Boat People vietnamita, che intenerì l’Occidente con le barche piene di gente che, sotto i regimi installati dall’occupante americano, avevano prosperato, ci sarà ora quel milione di profughi afghani di cui vaneggiano coloro cui va di traverso la cacciata di un occupante e dei suoi giannizzeri. E che alimenteranno, per tutto il tempo occupato dall’attesa della rivincita, i racconti delle nefandezze del nuovo regime Taliban.
C’è chi resta
Altro dettaglio. Se il veleno sta nella coda, la coda resta in Afghanistan.

E la coda ha tra le sue spire l’ISIS. Negli ultimi tentativi di screditare i Taliban un ruolo decisivo fu assegnato all’importazione, da Siria e Turchia, di migliaia di elementi dello Stato Islamico. La Stampa colonialista, tra “manifesto” e “La Verità”, per citare presunti opposti, attribuiva ai Taliban la serie recente di stragi di civili compiute e anche rivendicate dall’Isis. Scuole femminili fatte saltare per aria, mercati colpiti da kamikaze, ospedali colpiti da missili. Operazioni sanguinarie, mai compiute dai Taliban in vent’anni di guerra che avevano visto un’attività mirata esclusivamente a obiettivi militari e di regime.

Ma come a suo tempo, nel 2001, per giustificare l’aggressione, si mescolavano in un unico schieramento elementi del tutto inconciliabili, Osama Bin Laden e il Mullah Omar, Al Qaida e i Taliban, così oggi si prova a mettere in testa ai Taliban il turbante del terrorismo jihadista di matrice USA.
Nessuno ha parlato di ritiro dell’ISIS dall’Afghanistan. E, per aggiungere paglia a un fuoco che dovrebbe, se non ricuperare, almeno lasciarsi del paese alle spalle solo le ceneri , nessuno ha parlato del ritiro dei contractors al servizio degli USA. Di combattenti bene addestrati e armati delle famigerate ditte di sicariato militare, tipo Blackwater, poi Academy, in Afghanistan ce ne sono decine di migliaia. Qualcuno ha parlato di un esercito mercenario potenzialmente di 400.000 uomini. Resterà? E resterà la megabase di Bagram, gemella di quella di Bondsteel in Kosovo, due poli a sostegno del traffico di droga e delle operazioni di guerra strisciante?

Torna la soluzione B: il caos
Quando l’Impero manca l’opzione A, quella del possesso fisico di un territorio, Stato, popolo, opta per la B, quella del caos. Una strategia del resto scientificamente formulata nei saggi degli esperti di un colonialismo senza gli stendardi dell’impero. L’Afghanistan non sarà più la base per la rapina del petrolio dell’Asia centrale, non servirà a stringere d’assedio Cina e Russia, forse si perderanno i proventi e gli effetti sociali della droga. Ma se non servirà a noi, non servirà neanche a se stesso e ai suoi nuovi amici, tipo quelli della Via della Seta. Dilaniato da conflitti, sabotaggi, tumulti, tribalismi, infiltrazioni e corruzione – a questo potranno servire ISIS, Academy e ONG – il paese non sarà di utilità a nessun altro, né potrà svolgere il ruolo che gli spetta nell’ambito geopolitico.

Nel Vietnam da cui si sono visti scappare in elicottero i maggiorenti statunitensi e i loro quisling e di cui ho visto le stragi perpetuate nel tempo dal lascito chimico di Napalm e Agente Orange, l’imperialismo capitalista si è preso una bella rivincita. Perduto il confronto delle armi, ha vinto quello tra i modelli sociali ed economici. Il Vietnam socialista di Ho Ci Minh e del generale Giap è oggi l’avamposto della penetrazione delle multinazionali in estremo oriente. Saigon, un misto di Las Vegas e Detroit. Una scala sociale dalla base alla fame e dal vertice di arricchiti senza scrupoli. Una vetrina del neoliberismo consumista e spietato. I primi passi – gli dei non vogliano – in quella direzione pare compierli anche la Cuba, paralizzata nella sua incapacità di sottrarsi alla dipendenza economica da investimenti e soccorsi altrui. Quale struttura sociale abbiano in mente i Taliban, a vent’anni da un loro esperimento non riuscito, è da vedere.
Dipenderà dal grado di coesione tra l’avanguardia politico-militare Taliban e la società afghana patriottica, dalla maturità che gli studenti coranici avranno acquisito nel lungo scambio con la popolazione e le aspettative delle sue varie componenti, specie giovani, se la strategia del Caos potrà funzionare. Senza parlare dell’accortezza in questa fase di transizione richiesta ai suoi due grandi vicini.
Fulvio Gtimaldi

Ascolta la versione podcast della trasmissione:




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