IL PANAFRICANISMO

DALLE ORIGINI ALLA RESISTENZA AFRICANA NEL XXI SECOLO

Articolo di Sâa François Sandouno (alias Farafin)

Molte persone conoscono il personaggio che fu Thomas Sankara o Muammar Gheddafi, ma pochi conoscono i pensieri profondi di questi personaggi. Poche persone conoscono il concetto di panafricanismo (almeno tra i popoli non-africani). Eppure è un pensiero che è sempre stato al centro del dibattito africano in ogni epoca, in ogni generazione. Cercheremo di capire insieme le origini di questo ideale, i suoi obiettivi ei problemi che ha dovuto affrontare in ogni epoca e continua ad affrontare. In questa prima parte dell’articolo, ci concentreremo sulla storia della corrente panafricana, affrontando le sue origini, la resistenza afro-discendente nelle Americhe, il garveyismo, l’indipendenza africana, per poi affrontare la parte più politca-contemporanea con i movimenti di resistenza in questo XXI secolo, come l’ONG Urgences Panafricanistes di Kemi Seba, organizzazione che coordino in seno alla diaspora africana, precisamente in Italia.

L’IDEA FEDERALE COME UNICA VIA D’USCITA

Per fronteggiare la minaccia globalista, il micronazionalismo africano non è più necessario. Nessuno stato nazionale in Africa è abbastanza forte da solo per attutire ed estirpare ad vitam la valanga imperialista e neocolonialista. Raggrupparsi secondo un blocco civilizzazionale (gli Stati Uniti d’Africa), come volevano le madri e i padri fondatori dell’ideologia panafricanista è l’unica soluzione soteriologica.

CENNI INTRODUTTIVI SUL PANAFRICANISMO

L’Africa è un continente policentrico ed eterogeneo, caratterizzato da molteplici realtà, culture e costumi. A livello ontologico ed endogeno, potremmo dire che è uno spazio a sé stante che ne costituisce la singolarità. Queste differenze non sono sempre state sinonimo di divisione nel continente. Al contrario, il desiderio di unità africana nella diversità è sempre stato un concetto endogenizzato all’interno delle culture africane, come ha dimostrato il Dr. Cheikh Anta Diop nelle sue opere. Un desiderio che ha portato a un ideale superiore che definiamo: panafricanismo.

Storicamente, l’Africa ha visto la nascita, proliferazione e prosperità di Regni ed Imperi sul suo suolo. Vasti Imperi che non erano destinati ad imporsi in modo bellicoso (contrariamente ad alcune caricature storiografiche), ma che miravano a unirsi sotto confederazioni. Emblematica è, ad esempio, la Carta Kouroukan Fouga (conosciuta all’UNESCO anche con il nome di Carta Manden ) del 1236, che era una carta dei diritti e doveri (una delle prime nella storia) consistente ad unire l’Impero del Mali (o Manden Kurufaba) in seguito alla vittoria del Re Mari Soundiata Keita (1190-1255) a Kirina nella battaglia contro Soumahoro Kante. Possiamo anche parlare di personalità come Shaka Zulu, che ha dedicato la sua esistenza al desiderio di unire gran parte del Sud Africa, o il Re Behanzin alla guida del Dahomey, Samory Toure e il suo Impero Wassoulou, nonché donne come Kimpa Vita, che hanno dedicato la loro vita alla riunificazione del Kongo Dia Ntotila (meglio conosciuto come Impero del Congo).
Sulla base di questi elementi vogliamo tessere la trama della volontà di unità africana, in altre forme oggi superiori: l’unità continentale e non più circoscritta a singoli Regni.
La definizione di panafricanismo e le sue origini
Come indica il termine stesso, il panafricanismo intende rappresentare l’unità degli africani presenti nel continente africano o in aree geografiche che hanno subito una forte diaspora (Caraibi, Americhe, ecc.). È un’ideologia soteriologica, cioè di salvezza, poiché il suo scopo è quello di liberare i popoli africani sia dai poteri esogeni di dominazione, sia dall’asfissia socio-politico-economica endogena. Fin dalla sua genesi, il pensiero panafricano si è collocato agli antipodi dei confini stabiliti dalla Conferenza di Berlino del 1884-1885, che ha balcanizzato l’Africa e, di conseguenza, ha creato nazioni artificiali che non sempre rispettavano lo status quo del continente africano. Il fine ultimo del panafricanismo è la costruzione di un grande blocco africano monolitico-federale, uno spazio civilizzazionale in un mondo multipolare, attraverso la riappropriazione della sovranità continentale in tutti i suoi aspetti, e soprattutto l’emancipazione dai mali endogeni che paralizzano il progresso dell’Africa.

Diventa necessario porsi la prima domanda: perché pensare in termini federali? Perché, in questo mondo geopolitico, pesano e si rispettano solo le civiltà che hanno deciso di unirsi in nome di un destino comune e di una matrice che le unisce. Ad esempio, nell’Europa dell’Est si è diffuso un concetto continentalista come l’Eurasismo, sostenuto, propugnato e difeso dall’intellettuale russo Aleksandr Dugin (autore, nel 2009, dell’opera ”La quarta teoria politica”), poiché sostengono la matrice indoeuropea è la radice che unisce questo spazio.
Allo stesso modo, in America Latina, si crede che solo un Sud America unito, come sperava a suo tempo Simon Bolivar (1783-1830), può portare a una vera salvezza di fronte al dollarismo (imperialismo talassocratico nordamericano) e ai vincoli endogeni che bloccano il progresso e l’emancipazione di questi popoli. Il panamericanismo latino è un concetto portato avanti da figure come Raphael Machado, leader del movimento sovranista brasiliano Nova Resistencia, Pedro Biscay,  come altri rappresentanti continentalisti e antimperialisti di questo spazio.
Se guardiamo alla Cina, quest’ultima appare come un’addizione di più province, unite in nome di un comune destino, mentre gli Stati Uniti d’America (anche se possiamo criticarli di fronte alle loro politiche imperialiste) sono una federazione che , dal momento in cui i loro padri fondatori compresero che solo l’unità avrebbe potuto pesare su questo blocco nel concerto geopolitico, abbracciarono quello che credettero essere il loro destino soteriologico di unità.

Possiamo quindi vedere come tutte le nazioni che si sono unite nel corso della storia sono quelle che hanno capito che l’unità sposta gli equilibri di potere a loro vantaggio. Il panafricanismo rappresenta la risposta dell’Africa a questo concetto globale di unità, e questo ideale è difeso oggi da figure come Kemi Seba in questo XXI secolo, a capo della sua ONG Urgences Panafricanistes  che presiede.
Ma non si può parlare a fondo del panafricanismo, e dei suoi reali obiettivi, senza analizzarne la genesi, l’origine ei suoi patriarchi.
Innanzitutto, per chiarire, va detto che il panafricanismo non è nato in Africa, ma nella diaspora afro-discendente delle Americhe, e trova la sua genesi nel periodo della tratta degli schiavi. La sofferenza che i neri hanno attraversato quando sono stati rapiti dalle loro famiglie, etnie, regni e deportati nelle Americhe ha portato a un comune senso di maturità sociale. In un contesto di brutalità e oppressione da parte del  grande capitale finanziario, nacque un movimento noto con il nome di “marronaggio”.
Ma di cosa parliamo quando invochiamo il concetto di marronaggio? Per rispondere correttamente è necessario contestualizzare il comportamento dei deportati neri. Al tempo della tratta degli schiavi esistevano tre tipi di neri: il nero della piantagione totalmente sottomesso al padrone, il nero in cerca di maggiore autonomia senza cercare di liberarsi completamente da colui che lo opprimeva e – infine – il nero che voleva una definitiva indipendenza nei confronti del padrone, alla ricerca di completa autodeterminazione e libertà; un nero quindi che fuggiva e costruiva con i suoi simili, villaggi autonomi, dove del loro destino erano gli unici padroni. Quest’ultima categoria si chiamava Neg-Marron, quindi rappresentava i neri radicali (come venivano presentati in modo caricaturale all’epoca), coloro che erano pronti a tutto per la propria libertà, in nome di un sentimento pannegro comune.

LA RIVOLUZIONE HAITIANA E IL PROGETTO PANNEGRO

Con il passare dei secoli, la coscienza nera si radicalizzò molto, soprattutto durante la Rivoluzione francese del 1789, in seguito alla quale alcuni neri compresero che la libertà non doveva né poteva essere un concetto a geometria variabile. Da questo evento e da questa nuova consapevolezza, scaturì una delle più grandi rivoluzioni nere della storia: il 22 agosto del 1791, diversi cimarroni, assieme al prete vudù Dutty Boukman, si riunirono nell’isola francese di Saint-Domingue (l’odierna Haiti) e diedero inizio alla Rivoluzione haitiana contro il sistema schiavista coloniale francese.
La rivoluzione fu guidata dal generale François Doménique Toussaint Louverture (1743-1803), il quale, tra azioni più o meno diplomatiche, lottò per riscattare Saint-Domingue dal colonialismo francese, trovandosi spesso a collaborare con gli inglesi o con gli spagnoli in chiave anticolonialismo francese. Fu una lotta che durò per anni e che venne vinta in seguito da altre personalità come Jean-Jacques Dessalines (1758-1806), una figura ancor più radicale di Louverture.
Coloro che guidarono la rivoluzione riuscirono a disciplinare e formare il popolo dell’isola, facendo un fronte unico contro un medesimo nemico, al punto che Napoleone Bonaparte, temendo che i suoi interessi imperiali potessero essere disturbati, decise di restaurare la schiavitù nelle colonie (abolita proprio durante la Rivoluzione francese) e di arrestare Louverture nel 1802, che venne deportato in Francia e imprigionato fino alla sua morte. Con l’arresto di Louverture, l’Impero napoleonico pensò di poter soffocare la rivoluzione haitiana, ma fu un errore: durante il suo arresto, infatti, Louverture disse: “Arrestandomi a Santo Domingo, hanno abbattuto in me solo il tronco dell’albero; le radici sono tante e profonde – si rialzeranno di nuovo!” Una previsione che si realizzò proprio grazie al generale Dessalines, il quale prese le redini della situazione e proseguì la missione di Louverture fino alla battaglia di Vertières (18 novembre 1803), che vide scontrarsi i cimarroni e le truppe napoleoniche e sancì la sconfitta di queste ultime.
A seguito della sconfitta militare della Francia, Saint-Domingue, il 1° gennaio 1804, ottenne de facto la propria indipendenza. Ribattezzata con il nome di ‘‘Haiti’’, questa divenne la prima repubblica nera della storia. Ma il generale Dessalines non voleva limitarsi alla sola Haiti, aveva una visione più ampia, una visione pan-negra: il suo obiettivo, infatti, era quello di confederare il resto del territorio caraibico ad Haiti.
Un obiettivo che non venne mai raggiunto: dinnanzi a delle potenze colonialiste che volevano vedere Haiti assoggettata ad vitam aeternam, la visione di Dessalines – che nel 1806 sarebbe stato assassinato – divenne praticamente irrealizzabile. All’epoca, tutte le nazioniostracizzarono la neo-indipendente Haiti che osò lottare per la propria sovranità e, in seguito alla morte del generale Dessalines, nell’isola si susseguirono una serie di soggetti facilmente manovrabili. Il progetto pan-negro e panafricano fu così abbandonato in seno alle élite, anche se sarebbe sopravvissuto, nel profondo, tra il popolo e qualche intellettuale nero.

IL PANAFRICANISMO MODERNO E LA DECOLONIZZAZIONE IN AFRICA

Nato a Saint Ann’s Bay (Giamaica), Garvey ebbe modo di viaggiare molto per il mondo; trasferitosi negli Stati Uniti, nel 1914 fondò la Universal Negro Improvement Association (UNIA). L’UNIA fu la prima organizzazione nazionalista nera e panafricana della Storia che ruotava attorno all’idea del Grande Ritorno in Africa, dell’autodeterminazione e della decolonizzazione totale del continente. Grande predicatore del ritorno in Africa di tutti gli afrodiscendenti, Garvey affermava come ogni popolo avesse una propria identità e che il suo scopo fosse quello di restare saldo nelle sue radici. Negli anni Venti del Novecento, egli fu il primo a parlare dell’ideale panafricano e a immaginare la nascita degli Stati Uniti d’Africa: Garvey, infatti, aveva capito che soltanto un grande blocco panafricano unito avrebbe potuto resistere dinnanzi al colonialismo esogeno e farsi rispettare nel concerto delle Nazioni. Affinché ciò si realizzasse, Garvey riuscì – attraverso la compagnia marittima che possedeva, ovvero la Black Star Line – a trasportare molti afrodiscendenti in Liberia e in Etiopia dal 1919 al 1922. Inoltre, egli insistette molto sul nazionalismo panafricano al punto di divenire una minaccia per gli interessi del governo statunitense in Liberia, che decise di deportarlo in Giamaica e per impedirgli di continuare il proprio operato. Tuttavia, le sue idee non morirono, perché furono l’essenza del V Congresso panafricano del 1945, che vide la partecipazione dei futuri “nuovi leader” delle nazioni africane, tra i quali Kwame Nkrumah, Ahmed Sékou Touré e Jomo Kenyatta, uomini che in vita avrebbero guidato il Ghana, la Guinea e il Kenya come presidenti. Questi uomini furono personalità che optarono per una “via africana del ocialismo”15 che, unita al panafricanismo, rappresentava l’unica via – secondo la loro visione – per trovare la salvezza in Africa. Profondamente e fermamente anticolonialisti, essi posero sullo scacchiere internazionale l’urgenza della decolonizzazione africana: da quel Congresso, infatti, molte neo-nazioni africane riuscirono a ottenere l’indipendenza negli anni seguenti.
Di lì a poco, tuttavia, emerse un nuovo ostacolo, ovvero quello rappresentato dal cosiddetto “neocolonialismo”. Se da una parte il colonialismo consisteva nell’evidente saccheggio delle risorse africane  sul territorio da parte dei grandi capitalisti europei, dall’altra il neocolonialismo si poneva come una forma paternalista dei Paesi ex colonizzatori sui Paesi neo-indipendenti attraverso il controllo dei dirigenti africani eletti, nonché degli apparati militari ed economici. Il neocolonialismo stava diventando una forma più latente del colonialismo: il colono non era più distinguibile per via del colore della sua pelle, dal momento che molti dirigenti africani spesso accettavano il sistema neocoloniale.

Questo accentuò sempre più la volontà di unità federale tra i leader più radicali, che ragionavano più in ottica sovranista, come Nkrumah, Modibo Keita (primo presidente del Mali), Patrice Lumumba, Sékou Touré e Julius Nyerere (primo presidente della Tanzania). Il sentimento federale condurrà alla creazione, il 25 maggio 1963, di un organismo internazionale denominato Organizzazione per l’Unità Africana (OUA), che da un punto di vista politico fu il precursore dell’odierna Unione Africana (UA). Questo organismo, co-fondato da Nkrumah, Haile Selassie e altri ad Addis Abeba, si diede come obiettivi alcuni punti fondamentali che tuttavia non sempre rispettò nel tempo: lavoro contro il neocolonialismo, promozione dell’integrazione africana sul campo politico oltre che economico, lotta contro la corruzione e contro l’imperialismo. L’OUA esisteva dunque de iure ma non de facto: col tempo, infatti, il progetto iniziale di unità africana avrebbe iniziato a perdere pezzi e ad essere abbandonato, con le élite politiche che ragionavano più in termini di micronazionalismi anziché comprendere che le nazioni neo-indipendenti erano facilmente attaccabili dall’imperialismo.

I pochi che osarono opporsi a ogni egemonia esogena furono eliminati dall’imperialismo. Molto spesso gli imperialisti  collaboravano con alcuni africani che si opponevano a un regime al fine di rovesciarlo. Non si può non pensare, a tal proposito, a uomini come Thomas Isidore Sankara (1949-1987), burkinabé non allineato, oppositore del debito coloniale, a favore di una piena autosufficienza africana. Non si può non pensare a uomini come il primo ministro congolese Patrice Emery Lumumba (1925-1961), al rivoluzionario camerunese Ruben Um Nyobe (1913-1958), al panafricano marocchino Mehdi Ben Barka (1920-1965) e a tutti coloro che hanno voluto e sognato che l’Africa potesse decollare dalla propria condizione.

PANAFRICANISMO NEL XXI SECOLO : DA GHEDDAFI ALLA RESISTENZA AFRICANA CITTADINA

Durante la sua esistenza, l’OUA (Organizzazione per l’Unità Africana) non è stata in grado di risolvere il più delle volte i problemi interni del continente africano e questo fallimento ha portato allo scioglimento dell’organizzazione, e alla creazione dell’Unione Africana (formalizzata il 9 luglio 2002).
Ma sebbene quest’ultima si sia presentata come una struttura panafricana, in realtà è solo una sorta di “Unione Europea 2.0”, una struttura impregnata di neoliberalismo sul campo economico e sociale, che segue quindi l’agenda del globalismo ed è finanziata da forze esogene (Unione Europea, Stati Uniti, tra gli altri).
Bisogna chiedersi: come si può parlare di sviluppo – o peggio ancora – di panafricanismo se quelli che ti finanziano sono gli stessi che ti paralizzano?
L’Unione Africana è oggi in uno stato di asfissia, paralisi, sopore e dipendente dagli altri. Potremmo quindi definire – per usare un neologismo usato da Kemi Seba nel suo libro Black Nihilism pubblicato nel 2014 – questa struttura non è panafricanista, ma “para-fricanista”. Se il panafricanismo rappresenta il pensiero di liberazione e di unità per il continente africano, acclamato dalle masse popolari, il para-fricanismo è, secondo Seba, una pseudo-griglia di lettura dell’unità africana, che consiste nel vedere il continente africano secondo la lente eurocentrica ed elitaria. Perché una simile affermazione? Perché se l’africanismo rappresenta lo studio di tutto ciò che riguarda l’Africa, quest’ultimo è quasi sempre svolto in una prospettiva eurocentrata, non africana. In ambito politico-economico, l’UA segue quindi il modello dell’Unione Europea. L’Unione Africana, nelle sue numerose lacune, non è stata quindi in grado di risolvere i problemi più fondamentali del continente africano.
Eppure un uomo come Muammar Gheddafi (1942-2011) ha capito questi problemi vedendo l’UA come obsoleta e incapace di risolvere i problemi politici, economici e sociali dell’Africa.
Per questo ha deciso, durante la sua presidenza dell’UA nel 2009, di riproporre la questione degli Stati Uniti d’Africa, unificati da un unico governo, un’unica moneta sovrana, un passaporto africano comune e un unico esercito panafricano . Gheddafi riteneva, come i suoi predecessori, che solo un’Africa veramente unita potrebbe essere in grado di superare tutti i problemi che deve affrontare come: la mancanza di sovranità monetaria di 14 nazioni africane, la debolezza degli eserciti nazionali incapaci di fronte ad fondamentalismo islamico, l’impossibilità per gli africani di certe regioni continentali di trasferirsi in altre, e il basso tasso di scambi tra le nazioni africane, perché troppo dipendenti da potenze straniere. All’inizio del XXI secolo, queste sono le domande a cui Gheddafi si era rivolto molto quando era in vita. Ha iniziato a Lomé (Togo) nel 2000 quando ha iniziato a proporre l’iniziativa degli Stati Uniti d’Africa, poi a Conakry (Guinea) nel 2007 e poi ad Addis Abeba (Etiopia) all’interno dell’Unione Africana. L’iniziativa di un’Africa federale è stata ben accolta e condivisa da diversi capi di Stato del continente, con la sola eccezione del Sudafrica e della Nigeria che all’epoca erano meno interessati.
Gheddafi ha lavorato al progetto del dinaro d’oro, sperando nell’istituzione di una moneta unica continentale che avrebbe dovuto essere ancorata, principalmente all’oro, ma anche alle varie risorse minerarie del continente africano. La Libia era riuscita ad accumulare una grande quantità di oro grazie ai proventi del petrolio e con questo oro voleva liberarsi dal dominio imperialista occidentale sul suo territorio. Questa dinamica avrebbe potuto consentire un decollo economico in Africa e avrebbe garantito la sovranità di tutte queste nazioni africane tenute in ostaggio dal colonialismo economico. Allo stesso tempo, Gheddafi credeva che l’Africa dovesse avere un Fondo monetario africano e una Banca centrale africana per garantire lo status del futuro dinaro d’oro.
Un altro grande problema per cui ha combattuto è stata la creazione di un passaporto africano. Dovreste sapere che attualmente, gli africani nella zona ECOWAS (Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale) non possono muoversi liberamente verso i paesi della zona CEMAC (Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale) . Un unico passaporto africano avrebbe potuto sradicare per sempre questo problema e rendere realtà la libera circolazione, un progetto che all’epoca sognava Nkrumah.
Gheddafi era determinato nelle sue azioni, ma i suoi piani rappresentavano un grande pericolo per le potenze esogene che vedevano in tutto questo la distruzione dei loro interessi in Africa. Per questo le stesse potenze imperialiste (Francia, Unione Europea, Regno Unito, Stati Uniti attraverso la NATO) hanno orchestrato l’assassinio di Gheddafi, morto il 20 ottobre 2011. Gheddafi ha rappresentato l’ultima speranza del processo di unità continentale avviato dai patriarchi del panafricanismo.

La sua morte è stata dunque una tragedia, perché ha rappresentato l’ultimo baluardo della solidarietà, dell’equilibrio e della stabilità africana nel Mar Mediterraneo, questo mare che da qualche anno è diventato un cimitero a cielo aperto, che vede un’immigrazione di talassica, d’indigenti e demuniti africani che fuggono il malgoverno africano e il sistematico saccheggio di materie prime africane da parte delle multinazionali occidentali.Per quanto possa essere discutibile Gheddafi sotto alcuni aspetti, la sua morte è stata un disastro.

Eppure il suo assassinio non ha mai scoraggiato l’indomita gioventù africana che cercava la sua integrale sovranità. C’è oggi una nuova generazione panafricana, in Africa e nella diaspora, matura su tante questioni che hanno compreso il pericolo che incombe sul continente.

Il panafricanismo ha subito diverse fasi di cambiamento dalla sua genesi: la resistenza contro la schiavitù nelle Americhe (il famoso marronaggio), la lotta contro il colonialismo alla fine della seconda guerra detta ”mondiale”, la resistenza al neocolonialismo dal 1960 fino al raggiungimento dell’ultima fase rappresentata dal globalismo neoliberale generalizzato di oggi. Un globalismo che soffoca il continente africano ma, in realtà, quando viene analizzato è una metastasi che danneggia l’intera umanità.
Nel secolo scorso, il colono capitalista Toubab è andato in Africa e ha sfruttato i territori che ha incontrato sulla sua strada (spesso con il lassismo e la complicità delle autorità locali che ha incontrato).

Oggi, il colonialista moderno ha capito che per mantenere la sua supremazia deve portare le ONG “talassocratiche” apolidi in Africa che seguono un’agenda ultra-globalista al fine di introdurle nelle società tradizionaliste africane ultramillennarie (impregnate nella Tradizione primordiale), per cooptare la radicata società civile autoctona e convincerla che la modernità occidentale (che non è altro che l’illustrazione di un concetto metafisico induista sviluppato da Réné Guénon, concetto conosciuto sotto il nome di ”kali yuga”, vale a dire l’età oscura del disordine, del materialismo, dell’individualismo, dell’anti-Messia) sia la loro salvezza, e che tutto ciò che sia affiliato ai loro valori tradizionali sia nichilista (nichilista per chi?) dev’essere sconfitto o demonizzato. In breve, che l’El Dorado sia l’Occidente.
È quindi qui che entra in gioco la lotta tra civiltà tellurocratiche (le civiltà multipolari della Terra, Tradizione, Identità, sovranità) contro le civiltà talassocratiche (le civiltà imperialiste che si sono costruite grazie allo sfruttamento marittimo, al globalismo, al neoliberismo, all’unipolarismo, il modernismo e capitalismo deregolamentato).
È in questa dicotomia che i giovani africani si trovano oggi di fronte a nuove forze esogene di dominio. Di conseguenza, queste ONG mondialiste che entrano in Africa, che non sono state plebiscitate da nessuno, rappresentano un pericolo per l’Africa. Kwame Nkrumah nel suo libro ”Neo-colonialismo: l’ultimo stadio dell’imperialismo” ha parlato del neocolonialismo come dell’ultimo stadio dell’imperialismo. Dirò che oggi il vero nemico è il globalismo (da non confondere con la globalizzazione).
Per questo esistono oggi movimenti di resistenza africani come Urgencen Panafricanistes che hanno deciso di combattere e resistere di fronte ai nuovi pericoli dell’Africa.

IL FRONT ANTI-CFA, URGENCES PANAFRICANISTES E LE MOBILITAZIONI INTERAFRICANE

Il franco CFA è una valuta di eredità coloniale francese, stampata dalla Banca francese e affiliata all’euro, che paralizza l’economia africana locale e priva quattordici nazioni africane del loro diritto inalienabile ed inderogabile alla sovranità monetaria.
Il franco CFA rappresenta l’ultimo vestigio del neocolonialismo francese, del neoliberismo e rappresenta il simbolo della finanza apolide che, con la sua imposizione nel 1945, distrusse il destino economico (ma anche politico) della Zone Franc in Africa.

Tra il 2016 e il 2017, Urgences Panafricanistes, che dirigo in Italia, ha organizzato mobilitazioni simultanee in tutto il continente e nella diaspora africana nel mondo contro il neocolonialismo, che hanno avuto eco a livello globale.
Urgences Panafricanistes (URPANAF) è una ONG internazionale africana, fondata nel 2015 e presieduta dall’attivista anticolonialista Kemi Seba (figura di spicco della resistenza africana nel XXI secolo). Panafricanista e ideologicamente sovranista, Urgences Panafricanistes ha fondato un anno dopo la sua nascita il Front Anti-Cfa (Fronte Anti-Colonialismo Francese in Africa), una rete che riunisce più di 130 organizzazioni panafricane contro la Françafrique (neocolonialismo monetario, militarie e politico). Il Front Anti-CFA è diventato promotore e attore della questione della sovranità monetaria. Il 19 agosto 2017, data in cui è stata organizzata una grande mobilitazione internazionale e in cui l’attivista Kemi Seba ha bruciato – non come atto di vandalismo ma come atto simbolico e di protesta pacifica – una banconota da 5.000 franchi CFA, che dichiarando alla fine della mobilitazione:”Nel 21° secolo, normalmente, ogni popolo ha il diritto di possedere la propria moneta e di decidere il proprio futuro politico. Ma nessun futuro può essere deciso senza dominare la sua economia. Abbiamo forze esogene, in questo caso la Banque de France, che ha il diritto di dire se è d’accordo o meno con le decisioni che prendiamo. Dimostra che abbiamo una valuta obsoleta, che è una valuta di schiavitù, di sottomissione. Il simbolo cercato bruciando questa nota, anche se non siamo ricchi, vuole essere quello di dire che è meglio vivere la libertà nell’incertezza che la schiavitù nella gioia e nell’opulenza.”
Per questo gesto è stato arrestato in Senegal e rilasciato (ed espulso verso la Francia dopo una settimana) dopo pochi giorni a seguito di massicce mobilitazioni della società civile senegalese e africana del continente, che ne chiedevano la liberazione.
Le mobilitazioni anticoloniali hanno suscitato un’eco mondiale. Si tratta delle mobilitazioni pacifiche e anticolonialiste che hanno costretto la Francia a rivedere la questione monetaria africana e, un anno dopo, è stato annunciato un progetto per una nuova moneta unica, l’ECO. Una moneta che non è ancora in vigore, ma che dovrebbe essere implementata nei paesi della Zone Franc dell’Africa occidentale, (compresi i paesi anglofoni Nigeria e Ghana) di questa regione. Ma il sistema di questa futura moneta è criticato dalla società civile africana per alcuni criteri che non sono stati eliminati, come l’appartenenza permanente all’euro. È anche criticato dal governo ghanese di Nana Akuffo-Addo e Muhammadu Buhari che si sono opposti all’affiliazione all’euro, chiedendo che gli africani debbano gestire la loro nuova valuta. Una maturità della situazione, di cui, umilmente, il merito va al Front Anti CFA.

C’E’ QUALCHE SPERANZA PER IL PANAFRICANISMO?

C’è speranza per la causa panafricana, sul campo sociale e popolare. Perché c’è una consapevolezza generazionale mai vista prima. La voglia di unità, la costruzione di uno Stato federale panafricano, la critica alle basi militari occidentali e alle multinazionali straniere in terra africana, la voglia di sovranità, ma soprattutto la critica al malgoverno e alla corruzione interna. Tutti questi fattori, contrariamente alla caricatura mediatica di un’Africa passiva e silenziosa, dovrebbero farci pensare positivamente. Una nuova generazione africana e afro-discendente è nata. Il risultato sarà visibile tra qualche anno.

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